I francobolli: da piccoli tagliandi attestanti l’avvenuto pagamento della tassa di trasporto della corrispondenza, ad oggetto di passione e culto per tanti collezionisti.
Le origini e la paternità dei francobolli sono oggetto di storie molto controverse. Quelli che oggi sono oggetti di uso comune per tutti coloro che li usano per le proprie spedizioni, e soprattutto oggetto di passione per chi li colleziona, hanno una storia piuttosto travagliata e lontana nel tempo. In questa occasione ripercorriamo le tappe di queste origini, fermo restando che questo approfondimento non pretende di essere esaustivo o risolutivo riguardo alla storia dei francobolli.

Chi ebbe l’idea iniziale di creare i francobolli per attestare l’avvenuto pagamento del corrispettivo per le spedizioni?
Oggi buona parte della letteratura e degli approfondimenti sull’argomento attribuiscono a Sir Rowland Hill la paternità dei francobolli. Ma occorre tenere conto anche di altri studi che fanno risalire a molto tempo prima l’esistenza dei francobolli o, per meglio dire, dei loro antenati.

La necessità di comunicare nell’antichità
Già nell’antichità si aveva la necessità di comunicare a distanza, ma la mancanza di mezzi di spostamento, idonei a percorrere lunghe distanze in tempi relativamente brevi, richiedevano risorse che erano disponibili soltanto ad autorità e capi di stato. Nell’antica Roma, così come in altri antichi imperi e stati, esistevano dei servizi postali sufficientemente efficienti. Ma il loro uso era riservato per corrispondenze ufficiali tra capi di stato e funzionari. Il recapito avveniva tramite emissari che si muovevano a cavallo, e quando necessario anche su imbarcazioni; i tempi di trasporto e consegna variavano in base alla distanza dei destinatari, e spesso era necessaria anche la rotazione a staffetta di diversi “Postini”.
Con il passare del tempo non vi furono notevoli cambiamenti in questi iniziali servizi postali che, malgrado la relativa efficienza, erano comunque molto problematici, in particolare per le consegne a lunga distanza.
L’evoluzione esistenziale del XIII° secolo
Ad iniziare dal XIII° secolo il fiorire dei commerci e delle arti, unitamente alla diffusione della scrittura tra le categorie più facoltose o comunque benestanti, fecero aumentare l’esigenza tra nobili e commercianti, ma anche tra la media borghesia, di inviare e ricevere messaggi e corrispondenze.
I nobili ed i ricchi commercianti si arrangiavano incaricando i loro servi o schiavi per l’invio di messaggi e corrispondenze, mentre la gente comune o meno facoltosa a volte si affidava a qualche viandante o viaggiatore casuale che si dirigeva dalle parti dei destinatari. Questi ultimi si facevano carico di gratificare il postino occasionale con una regalia o ricompensa al momento della consegna delle missive o dei plichi.
Però queste soluzioni restavano in un ambito ristretto e limitativo, e non erano pienamente soddisfacenti per chi ne faceva uso.
Dovette passare diverso tempo per una svolta significativa, che si concretizzò con la nascita delle Poste Universitarie e delle Poste dei Mercanti. Si trattava di diverse entità specializzate nel trasporto di corrispondenze e plichi, ma in ambiti molto specifici. Ogni università si dotò del suo servizio postale, mentre i commercianti si riunirono in corporazioni (in base al settore di appartenenza) e si dotarono anch’essi di loro servizi postali. Nacquero così le Poste dei commercianti, le Poste dei banchieri, le Poste dei medici e tante altre ancora. Ogni servizio postale era riservato ed usufruibile dalla categoria di appartenenza, e bisogna riconoscere che si trattava di servizi piuttosto validi, considerando la ancora scarsa evoluzione dei mezzi di trasporto in quell’epoca.
Il servizio postale: una valida attività redditizia
Ad un certo punto, nelle grandi città e nei borghi più importanti, qualcuno iniziò a capire che i servizi postali, se ben organizzati e gestiti, e soprattutto resi accessibili a tutti, potevano essere una sicura fonte di reddito. In Italia nacquero così i Corrieri Bergamaschi, che subito dopo ampliarono i bacini di utenza per la loro offerta di servizi postali, cambiando il nome in Corrieri Veneti. In questo ambito si faranno strada molte casate e famiglie, come quella dei Tasso, che a lungo si distinse nell’ottima gestione dei servizi postali in buona parte dell’Europa. I perspicaci imprenditori che si erano creati dal nulla un lavoro economicamente soddisfacente, però, non avevano messo in conto che la loro attività avrebbe attirato l’interesse di chi stava più in alto di loro, e che non poteva lasciarsi sfuggire una buona occasione per incrementare le proprie entrate. Imperatori e Re, Nobili e reggenti a vario titolo di Stati, Imperi e possedimenti, compresi quelli dello Stato Pontificio, si inventarono così lo “Ius Postale”, cioè il diritto di possesso e gestione dei servizi postali.
Infatti a quei tempi le strade ed i fiumi erano considerati di proprietà dei regnanti, ai quali era dovuto un diritto (tassa) di pedaggio per utilizzarli, e pertanto sulla base di questa norma, i regnanti asserirono che gestire i servizi postali fosse una loro esclusiva pertinenza, avendo già il possesso delle principali vie di comunicazione, e se ne arrogarono il diritto.
Naturalmente i “Privati” ormai avevano sviluppato una discreta esperienza ed organizzazione dei servizi postali, creando anche una fitta rete di punti di raccolta delle corrispondenze; nel frattempo chi si stava impossessando del diritto di gestire quei stessi servizi postali non aveva alcuna esperienza e risorsa tecnica, nessuna organizzazione, e crearne di nuove dal nulla avrebbe comportato ingenti spese, che naturalmente gli interessati non volevano affrontare. Fu così che i servizi postali vennero lasciati in mano ai privati, in cambio del pagamento di una “Tassa di concessione”, unitamente ad una sorta di “Franchigia”, cioè di esonero dal pagare per tutte le spedizioni facenti capo ai regnanti ed a soggetti da loro accreditati (Nobili, Dignitari di Corte, Funzionari del Regno etc.).
Costi, tariffe e modalità di pagamento dei primi servizi postali pubblici
Naturalmente il fatto di dover gestire alcune corrispondenze in modo del tutto gratuito, comportò un incremento delle tariffe per i “Clienti Paganti”; chi doveva gestire i servizi postali doveva pur garantirsi un guadagno con il servizio offerto, e se c’era qualcuno che non pagava, quei costi non potevano che ricadere su chi invece pagava.
Le tariffe erano consistenti, e venivano calcolate in base alla quantità di fogli che componevano le lettere, oppure in base al peso in particolare quando si trattava di plichi o altre merci, unitamente alla distanza che dovevano percorrere.
L’importo dovuto poteva essere pagato al momento della spedizione presso i punti di raccolta, dove generalmente veniva apposto un timbro ad inchiostro comprovante l’avvenuto pagamento, oppure poteva essere riscosso presso il destinatario al momento della consegna. Diverse situazioni, però, causavano una ingente perdita di guadagni a chi gestiva i servizi postali. Ad esempio, una era quella che spesso i destinatari si rifiutavano di pagare alla consegna. Un’altra, quella che molti commercianti, liberi professionisti, banchieri ed altri, assumevano alle loro dipendenze nobili ed altri soggetti che usufruivano della franchigia postale, e spedivano le loro corrispondenze tramite i loro vantaggiosi dipendenti, e senza pagare in quanto vi veniva apposto il timbro o la firma che ne attestavano la gratuita lavorazione.
Chi spediva senza prima passare dal punto di raccolta, o ufficio postale, demandando così al destinatario il pagamento della tassa postale, si serviva di apposite cassette postali dove si potevano imbucare le corrispondenze. Ciò veniva giustificato dal fatto che recarsi all’ufficio postale comportava tempi più lunghi che non si volevano o potevano concedere.
Tutta questa serie di congetture comportavano ingenti perdite a chi gestiva i servizi postali, che oltre a lavorare senza avere spesso il giusto ritorno economico, dovevano comunque pagare cospicue somme per la tassa di concessione del servizio.
Da qui iniziò ad essere valutata la possibilità di creare qualcosa che attestasse l’avvenuto pagamento della tassa postale, prima della spedizione, senza che per pagare ci si dovesse recare all’ufficio postale per inoltrare le proprie spedizioni.
Il primo francobollo della storia: una invenzione italiana?
Diverse soluzioni furono tentate per creare dei documenti, o “Ricevute di pagamento”, che potevano essere acquistate in precedenza e poi allegate alle corrispondenze al momento della spedizione.
Una di queste soluzioni, forse la prima in assoluto, fu ideata all’inizio del XVI° secolo presso la Repubblica di Venezia. Non era un francobollo, ma le finalità e le modalità d’uso erano le stesse che poco più di due secoli dopo sarebbero state demandate ai primi francobolli.
Si trattava di un foglio di carta dove veniva stampato, da un lato, il Leone di San Marco, simbolo della Repubblica marinara lagunare. Questo foglio poteva essere acquistato anche in diversi esemplari, e poi utilizzato o per scrivere sul lato bianco, per poi ripiegarlo su se stesso e spedirlo, oppure allegandolo alla lettera scritta su un’altro foglio.
Molto probabilmente, questo fu anche il primo “Intero Postale” della storia. (Degli Interi Postali si avrà modo di parlare ed approfondire in un’altra occasione.)
Più avanti nel tempo vi fu chi ideò dei biglietti più piccoli che poi andavano fissati sulle buste, o chi stampò delle buste con dei simboli che attestavano l’avvenuto pagamento. Queste buste potevano essere di colore diverso, in base al costo ed alla modalità di spedizione. In particolare quest’ultima soluzione fu adottata per lungo tempo in Cina.
La nascita del francobollo: una idea, diversi ideatori.
Ufficialmente la nascita del francobollo avviene nel Regno Unito, con la riforma postale ideata da Rowland Hill nell’anno 1837, che fu poi adottata ed attuata nell’anno 1839.
Però alcune fonti attribuiscono ad un letterato di origine slovena, Lovrenc Košir, l’invenzione del francobollo. Infatti nel 1835 egli ideò e propose al Dipartimento del commercio di Vienna, che era responsabile del sistema postale, l’utilizzo di tagliandi di carta con un timbro apposto su un lato, mentre l’altro lato era provvisto di una sostanza adesiva adatta a fissarlo sulle buste. Purtroppo per lui, la sua idea inizialmente fu respinta, per poi essere ripresa e realizzata parecchi anni dopo.
Ma una teoria che, a rigor di logica, potrebbe essere la più plausibile, conferisce ad un’altra persona la paternità dei Francobolli: James Chalmers.
James Chalmers fu un poliedrico scozzese che dopo un breve periodo della sua vita dedicato alla tessitura, si dedicò alla carta stampata e divenne tipografo prima, ed editore subito dopo. Sarebbe stato lui il primo ad avere l’idea di un piccolo tagliando di carta, con un lato adesivo che consentisse la sua applicazione sulle corrispondenze, per attestare l’avvenuto pagamento della tassa postale.
E sia Rowland Hill, che anche Lovrenc Košir, avrebbero avuto frequenti contatti con l’editore scozzese, James Chalmers, che anzitempo li avrebbe messi al corrente della sua geniale idea.
Di fatto, però, il primo a presentare ufficialmente l’idea del francobollo, con la proposta di riforma del servizio postale nel Regno Unito, fu Rowland Hill. Ed a lui pertanto ne viene riconosciuta la paternità. Quando Rowland Hill propose la sua riforma postale, James Chalmers aveva già pubblicato dei saggi dove spiegava, in modo più particolareggiato, le caratteristiche dei francobolli e le modalità di uso. Ma nessuno dette la giusta considerazione a questi particolari, lasciando a Rowland Hill il merito di questa idea. Nel 1879 Patrick Chalmers, figlio di James Chalmers, intentò causa agli eredi di Rowland Hill affinché fosse riconosciuta al proprio genitore la paternità dell’invenzione del francobollo. Ma l’iniziativa del figlio non ebbe successo, ed il merito dell’idea rimase attribuito a Rowland Hill.
Oggi vengono tributati molti onori alla figura di Rowland Hill, anche tramite innumerevoli emissioni di francobolli da parte delle amministrazioni postali di tutto il mondo.
Lovrenc Košir nel passato è stato ricordato con alcune emissioni di francobolli, dalle amministrazioni postali di Austria, Ungheria e Jugoslavia.
Di James Chalmers si trovano parecchi riferimenti letterari e storici, ma nessuna amministrazione postale gli ha mai dedicato un seppur minimo riconoscimento.
Il primo francobollo della storia: il Penny Black
Quando la riforma del servizio postale di Rowland Hill venne approvata, nel Regno Unito avvenne l’emissione del primo francobollo, che fu chiamato Penny Black in base al suo valore facciale ed al colore di stampa. Il Penny Black è il primo francobollo emesso al mondo. Fu messo in vendita ad iniziare dal 1º maggio 1840 nonostante la data ufficiale di emissione fosse fissata al 6 maggio. Illustrato con l’effigie della regina Vittoria, andò fuori corso nel 1855.

Subito dopo la riforma del servizio postale nel Regno Unito, l’idea del francobollo venne progressivamente ripresa in tutto il mondo. Oggi, dopo oltre 175 anni da quel primo francobollo emesso nel Regno Unito, è molto difficile stabilire la quantità reale di francobolli emessi in tutto il mondo. E malgrado il fatto che le nuove tecnologie informatiche di comunicazione, in tempo reale ed anche a lunga distanza, abbiano portato ad una drastica diminuzione delle corrispondenze tradizionali, si può affermare con tranquillità che i Francobolli continuano ad essere il segno distintivo dei servizi postali, e che così sarà ancora per lungo tempo.
Ma soprattutto sono, e saranno sempre, oggetto di amore e culto che hanno coinvolto ed appassionato milioni di collezionisti in tutto il mondo, ad iniziare già da quel lontano 1840. Una passione intramontabile, destinata a durare nella notte dei tempi.
